La voce di AI

Comunicati stampa e dichiarazioni ufficiali di Amnesty International su questioni inerenti i Diritti Umani e i prigionieri di coscienza nel mondo.

 

Roma, 22 maggio 2014

AMNESTY INTERNATIONAL: “CRUDELE” IL VETO RUSSO E CINESE ALLA RISOLUZIONE SUL DEFERIMENTO DELLA SIRIA AL TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE

Amnesty International ha accusato Russia e Cina di aver mostrato, col veto opposto alla risoluzione che chiedeva il coinvolgimento del Tribunale penale internazionale, un agghiacciante disprezzo per le innumerevoli vittime delle violazioni dei diritti umani in Siria.

“Si è trattato di un crudele gesto politico, un tradimento nei confronti della sofferenza della popolazione siriana. La risoluzione avrebbe consentito al Tribunale penale internazionale di avviare indagini sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi da entrambe le parti in conflitto e avrebbe trasmesso il messaggio che tali orribili crimini non sarebbero rimasti impuniti” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

“Si è persa un’opportunità decisiva per la giustizia. Ancora una volta, Russia e Cina hanno abbandonato al loro destino la popolazione siriana in nome delle alleanze politiche e gli stati membri del Consiglio di sicurezza non si sono dimostrati uniti nel perseguire la strada della giustizia internazionale. Quello che è successo oggi non solo rischia d’incoraggiare coloro che compiono crimini nell’impunità ma rappresenta anche il segnale del fallimento dell’operato della comunità internazionale nei confronti della popolazione siriana” – ha aggiunto Luther.

Il veto odierno ha messo in luce le carenze del processo decisionale del Consiglio di sicurezza e posto fortemente in discussione la sua capacità di offrire una reale prospettiva di salvezza, giustizia, verità e riparazione alle vittime del conflitto siriano.

C’erano voluti quasi tre anni perché, nel febbraio 2014, le Nazioni Unite adottassero la prima risoluzione sulla spaventosa crisi umanitaria della Siria: la risoluzione 2139, che chiedeva l’immediato accesso agli aiuti umanitari e la fine delle violazioni dei diritti umani. Quella risoluzione viene regolarmente aggirata.

Amnesty International ha reiterato una volta di più la sua richiesta al Consiglio di sicurezza di adottare iniziative concrete, come l’imposizione di sanzioni mirate nei confronti di persone o gruppi ritenuti responsabili di crimini di diritto internazionale e della mancata attuazione della risoluzione 2139.

Nonostante la fine dell’assedio della Città vecchia di Homs e un piccolo miglioramento nell’assistenza umanitaria, molti altri civili restano sotto assedio: come circa 20.000 persone a Yarmouk, a sud della capitale Damasco, dove secondo le ricerche di Amnesty International sono morte oltre 260 persone dal luglio 2013, almeno 70 delle quali dopo l’approvazione della risoluzione 2139.

Le detenzioni arbitrarie, le sparizioni forzate, le torture e le morti in custodia (queste ultime, anche da parte dei gruppi armati) continuano e la richiesta di rilasciare tutte le persone detenute arbitrariamente o prese in ostaggio, compresi i prigionieri di coscienza, non è stata ascoltata.

“Il ripetuto fallimento del Consiglio di sicurezza nell’alleviare la sofferenza della popolazione siriana ha profondamente danneggiato la sua credibilità e compromesso la fiducia nella sua capacità di rispondere alle gravi violazioni dei diritti umani” – ha sottolineato Luther.

“Per riprendere ad avere un ruolo minimamente significativo nella lotta contro l’impunità e le violazioni dei diritti umani, gli stati membri del Consiglio di sicurezza dovranno fare grandi passi avanti per ottenere il rispetto delle risoluzioni, respingere la politicizzazione e mostrarsi uniti nel promuovere il rispetto dei diritti umani” – ha concluso Luther.

FINE DEL COMUNICATO                     Roma, 22 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 21 maggio 2014

RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL: RIFUGIATI SIRIANI IN LIBANO IN DISPERATO BISOGNO DI CURE MEDICHE NELL’INDIFFERENZA INTERNAZIONALE

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato che la grave diminuzione degli aiuti internazionali ha privato di accesso alle cure mediche molti rifugiati siriani in Libano. La situazione è così disperata che, in alcuni casi, i rifugiati hanno deciso di rientrare in Siria per ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Il rapporto di Amnesty International identifica alcune gravi carenze nel livello di servizi sanitari a disposizione dei rifugiati siriani e rivela che alcuni di essi, compresi coloro che necessitavano di trattamenti di emergenza, sono stati respinti dagli ospedali.

“Il trattamento ospedaliero e le cure specializzate per i rifugiati siriani in Libano sono dolorosamente insufficienti e la situazione è resa più acuta dal profondo calo dei finanziamenti internazionali. I rifugiati siriani in Libano stanno pagando le conseguenze della vergognosa mancata copertura dei fondi necessari per il programma di assistenza delle Nazioni Unite in Libano” – ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del Programma temi globali di Amnesty International.

Nell’ambito dell’appello per raccogliere 4,2 miliardi di dollari per i rifugiati siriani, le Nazioni Unite hanno chiesto 1,7 miliardi di dollari da destinare al Libano per il 2014. Finora è stato ricevuto un misero 17 per cento.

Il sistema sanitario in Libano è quasi interamente privatizzato e costoso. Molti rifugiati siriani devono fare affidamento sulle cure mediche finanziate dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Tuttavia, a causa della mancanza di fondi, l’Unhcr ha dovuto introdurre criteri restrittivi per individuare le persone che hanno necessità di un trattamento ospedaliero. Anche nel caso in cui i criteri siano soddisfatti, la maggior parte dei rifugiati deve pagare il 25 per cento dei costi.

Rifugiati siriani che versano in gravi condizioni, tali da richiedere cure ospedaliere o trattamenti complessi, spesso non vengono presi in considerazione. Arif, 12 anni, non ha ricevuto cure ospedaliere nonostante avesse gravi bruciature alle gambe e la situazione da allora è peggiorata: le piaghe si sono putrefatte, le gambe si sono gonfiate e si è sviluppata una setticemia. Sulla base delle attuali linee guida dell’Unhcr, Arif non rientra tra coloro che possono ricevere cure mediante sussidio e l’agenzia è stata in grado solo di coprire le spese di cinque giorni di trattamento.

“La storia di Arif è un esempio sconvolgente dell’impatto che le limitazioni alla fornitura di cure mediche può avere sulla vita dei rifugiati siriani in Libano” – ha commentato Gaughran. Alla fine, una rete di associazioni locali ha trovato un medico volontario disponibile a operare Arif. Tuttavia, il ragazzo ha bisogno di altre 13 operazioni che non possono essere eseguite in Libano a causa della mancanza di attrezzature adeguate.

“Tanto le Nazioni Unite quanto i rifugiati si trovano di fronte a scelte  dolorose. L’Unhcr e i suoi partner stanno dando priorità all’assistenza sanitaria di base e al trattamento delle emergenze che mettono a rischio la vita. Il criterio delle priorità è fondamentale, ma gli operatori sanitari sul terreno hanno detto chiaramente ad Amnesty International che le attuali limitazioni potrebbero essere attenuate se il finanziamento dell’assistenza funzionasse meglio” – ha spiegato Gaughran.

Molti rifugiati siriani colpiti dai tumori o da altre malattie a lungo termine non sono a loro volta in grado di affrontare le costose cure di cui hanno bisogno in Libano. Un numero crescente di famiglie contrae debiti su debiti a causa dell’aumento dei costi delle cure mediche. Amal, una rifugiata siriana, deve tornare in Siria due volte alla settimana per effettuare la dialisi renale, che non può fare in Libano. “Ho paura quando torno in Siria, ma non ho altra scelta” – ha detto ad Amnesty International.

Alcuni casi che inizialmente sembravano di facile soluzione sono peggiorati fino a minacciare la vita dei pazienti a causa della mancanza di trattamenti adeguati.

“Le malattie stanno trascinando intere famiglie nella spirale dei debiti. Le opportunità di lavoro sono assai scarse per i rifugiati siriani, la maggior parte dei quali è arrivata in Libano con poco o nulla. Le persone si sono trovate a scegliere se pagare per le cure mediche, affittare un posto dove dormire o comprare del cibo” – ha proseguito Gaughran.

“È ora che la comunità internazionale riconosca cosa ha comportato non fornire assistenza adeguata ai rifugiati in fuga dal conflitto della Siria. C’è disperato bisogno di paesi che rispondano all’appello umanitario per la Siria e raddoppino gli sforzi per accogliere i rifugiati più vulnerabili, compresi quello che hanno immediato bisogno di cure mediche” – ha sottolineato Gaughran.

Amnesty International riconosce che il flusso dei rifugiati ha posto un peso schiacciante sulle risorse del Libano, comprese quelle del sistema sanitario. Nondimeno, l’organizzazione per i diritti umani invita il governo di Beirut ad adottare una strategia a lungo termine che venga incontro alle necessità di cure mediche per la popolazione rifugiata siriana.

“Il Libano deve sviluppare un piano sanitario nazionale che tenga conto di tutti, compresi i libanesi poveri e svantaggiati e i rifugiati siriani” – ha aggiunto Gaughran.

“Il Libano ha davanti a sé scelte difficili, tra affrontare le necessità dei suoi cittadini e rispettare gli obblighi verso i rifugiati. Non può essere lasciato solo di fronte una delle più acute crisi dei rifugiati della storia. Dev’esserci, al contrario, una responsabilità condivisa che deve chiamare in causa i paesi che hanno i mezzi economici per affrontarla” – ha concluso Gaughran.

 

Ulteriori informazioni

Il Libano è sovraccaricato e privo delle risorse necessarie per affrontare in modo sufficiente la crescente crisi dei rifugiati siriani, dei quali quelli registrati sono attualmente oltre un milione. Si stima che alla fine del 2014 il numero salirà a un milione e mezzo, equivalente a un terzo della popolazione libanese prima dell’inizio della guerra in Siria.  I rifugiati siriani registrati possono chiedere di ricevere cure mediche in Libano attraverso un programma diretto dall’Unhcr. A causa delle limitate risorse finanziarie a disposizione, l’Unhcr ha adottato un approccio che favorisce l’assistenza sanitaria di base e le cure di emergenza rispetto a trattamenti più costosi e complessi e alle cure ospedaliere.

Il rapporto di Amnesty International si concentra sulla situazione dei rifugiati siriani in Libano, piuttosto che su quella di altri rifugiati, tra cui gli oltre 50.000 palestinesi fuggiti dalla Siria e la popolazione palestinese rifugiata in Libano. Quest’ultima accede ai servizi e alle cure mediche attraverso l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, e non attraverso l’Unhcr.

FINE DEL COMUNICATO                     Roma, 21 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 20 maggio 2014

COLPO DI STATO IN THAILANDIA: LE PREOCCUPAZIONI DI AMNESTY INTERNATIONAL

Il 22 maggio l’esercito thailandese, due giorni dopo aver decretato unilateralmente la legge marziale, ha assunto ufficialmente il governo del paese, sospendendo la costituzione, attribuendosi poteri d’emergenza, ponendo agli arresti esponenti politici e limitando una serie di diritti umani. Alcuni mezzi d’informazione sono già stati sottoposti a censura e vige il divieto generale di riferire “notizie che danneggino la sicurezza nazionale”.

“È fondamentale che l’esercito mostri moderazione e rispetti integralmente gli obblighi internazionali della Thailandia in materia di diritti umani” – ha dichiarato Richard Bennett, direttore di Amnesty International per l’Asia.

Sulla base della legge marziale, le forze armate ora possono compiere arresti senza mandato e trattenere i sospettati per una settimana, sequestrare beni privati e perquisire persone e proprietà in assenza di una decisione giudiziaria. L’esercito è inoltre immune rispetto a richieste di risarcimento.

L’esercito thailandese ha già usato poteri d’emergenza per imporre profonde limitazioni alla libertà d’espressione, in violazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani.

Amnesty International ha sollecitato le forze armate thailandesi a informare tutto il personale militare, compresi i comandanti, che nessuno sarà esonerato dalla responsabilità penale per le violazioni dei diritti umani che dovesse compiere nello svolgimento delle sue funzioni.

“Si tratta di uno sviluppo estremamente preoccupante. La sicurezza nazionale non dev’essere usata come pretesto per ridurre al silenzio l’esercizio pacifico della libertà d’espressione. Chiediamo alle forze armate di lasciare ai mezzi d’informazione lo spazio necessario per portare avanti il loro legittimo lavoro” – ha aggiunto Bennett.

“La situazione in Thailandia è tesa e mutevole e ogni tentativo di sopprimere il diritto di manifestazione pacifica o altri diritti umani rischia d’infiammare ulteriormente la situazione. I leader politici di entrambi gli schieramenti devono mostrare responsabilità nei confronti dei loro sostenitori” – ha concluso Bennett.

FINE DEL COMUNICATO                     Roma, 22 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 16 maggio 2014

AMNESTY INTERNATIONAL: OMOFOBIA ANCORA TOLLERATA DAI GOVERNI

In occasione del 17 maggio, Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, Amnesty International ha ricordato come i governi non stiano rispettando l’obbligo di proteggere i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate (Lgbti).”Alla vigilia della stagione dei Pride, i governi devono adempiere alla loro responsabilità di consentire che le persone possano esprimere se stesse e siano protette dalla violenza omofobica” – ha dichiarato Michael Bochenek di Amnesty International.

“I recenti Pride sono stati caratterizzati da divieti e attacchi violenti. Non può più andare avanti in questo modo. La discriminazione e le limitazioni ai diritti alla libertà di manifestazione e di espressione segnano ogni giorno la vita delle persone Lgbti”.In diversi paesi vi è un’evidente mancanza di volontà di contrastare l’omofobia e la transfobia, che in alcuni casi vengono persino incentivate da leggi e regolamenti che minano il diritto delle persone Lgbti di esprimere se stesse.  Queste subiscono aggressioni violente durante i Pride come nella vita quotidiana e troppo spesso questi attacchi non vengono indagati in modo tempestivo e approfondito.

“L’assenza di indagini e di leggi contro i crimini d’odio motivati da omofobia e transfobia è un affronto alle persone Lgbti. Ancora più grave è che in molti paesi loro stesse sono vittime della violenza di stato o vengono incriminate” – ha commentato Bochenek. “Ogni persona deve poter esercitare i suoi diritti umani senza discriminazione, inclusa quella basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”.
Quest’anno, l’attenzione di Amnesty International si concentra su sei paesi.

In Camerun la violenza, gli arresti arbitrari e le condanne per il presunto o reale orientamento sessuale sono all’ordine del giorno. Il codice penale prevede fino a cinque anni di carcere per gli atti sessuali tra persone del medesimo sesso.

Ad Haiti, l’ostilità nei confronti delle persone Lgbti è aumentata all’indomani del terremoto del 12 gennaio 2010, a causa della propaganda di alcuni gruppi religiosi umanitari che, nel portare aiuti alla popolazione, sostenevano che la causa del terremoto fosse stata l’omosessualità. Nel novembre 2013 uomini armati di machete e pistole hanno picchiato due esponenti di un’organizzazione Lgbti nel loro ufficio della capitale Port-au-Prince.

In Russia, gli eventi pubblici a tema Lgbti sono vietati dal 2013. Diversi raduni pacifici sono stati sciolti ai sensi della nuova legislazione. La polizia non protegge mai le persone Lgbti dagli attacchi violenti.

In Serbia, un Pride in programma il 31 maggio rischia di essere vietato all’ultimo minuto. Dal 2011, le autorità hanno proibito lo svolgimento dei Pride sulla base delle minacce dei gruppi omofobi. L’ultimo Pride, nel 2010, era stato contestato da oltre 6500 contromanifestanti.

Il 23 febbraio 2014 il presidente dell’Uganda ha firmato la legge antiomosessualità che prevede l’ergastolo per relazioni tra persone dello stesso sesso e la richiesta d’estradizione di omosessuali ugandesi residenti all’estero. Attacchi violenti, arresti arbitrari, maltrattamenti e torture nei confronti delle persone Lgbti si verificano con frequenza allarmante.

In Ucraina, dove il primo Kiev Pride si è svolto nel 2013 in una località isolata lontana dal centro della capitale, di fronte a contromanifestanti violenti, gli organizzatori del Pride 2014 in programma a luglio sono stati minacciati di azioni violente. Il governo rifiuta di adottare provvedimenti per contrastare la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti.

Dagli anni Settanta, i Pride sono diventati, per le persone Lgbti, uno strumento determinante per mobilitare l’opinione pubblica contro l’omofobia e la transfobia, prendere posizione contro la discriminazione, creare dialogo e ribadire alle autorità che esse hanno la responsabilità di assicurare i diritti di tutte le persone.

“Troppo spesso le autorità cercano di ignorare che hanno la responsabilità di garantire i diritti delle persone Lgbti a svolgere eventi pubblici, a essere visibili, a essere integrate nella società. Al momento, in ogni parte del mondo, fervono i preparativi per i Pride, è giunto, l’ora che i governi garantiscano questi diritti fondamentali” – ha dichiarato Bochenek.

Anche in Italia i diritti delle persone Lgbti sono spesso ad alto rischio di violazione. La legge penale italiana antidiscriminazione prevede pene aggravate per crimini di odio basati su etnia, razza, nazionalità, lingua o religione, ma non tratta allo stesso modo quelli motivati da finalità di discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere.

Le autorità italiane hanno la responsabilità di riconoscere, proteggere e garantire la realizzazione dei diritti umani delle persone Lgbti, per questo Amnesty International Italia e numerose associazioni Lgbti nazionali chiedono attraverso una lettera indirizzata al presidente del Consiglio e ai presidenti di Camera e Senato di colmare le lacune giuridiche che caratterizzano il nostro paese, prime tra tutte l’assenza di una legge contro l’omofobia e la transfobia e una normativa che riconosca le unioni civili. Alla lettera saranno allegate foto raccolte nell’ambito di una foto-petizione nazionale.

La foto petizione

Per far sentire le richieste che da tempo Amnesty International rivolge alle istituzioni italiane, è stata lanciata una foto petizione: le foto raccolte sarann

o consegnate alle autorità italiane il 19 maggio, allegandole alla lettera delle associazioni a loro rivolta.

Scrivi sul palmo della mano “STOP ALL’OMOFOBIA” e scatta una foto a volto coperto (come nella foto).

Inviala a fotopetizione@amnesty.it o postala su Instragram con l’hashtag #BASTAOMOFOBIA, entro il 17 maggio.

Per qualsiasi dubbio, informazione o per eventuali problemi di invio delle foto, scrivere a fotopetizione@amnesty.it

Venerdì 16 maggio, Amnesty International sarà presente alla serata della Muccassassina, presso la discoteca Qube, in via di Portonaccio 212, Roma – ore 24.00.
Partecipa con Amnesty

 

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 16 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 15 maggio 2014

SUDAN, AMNESTY INTERNATIONAL DEFINISCE “RIPUGNANTE” LA CONDANNA A MORTE DI UNA DONNA A CAUSA DELLA SUA RELIGIONE

Amnesty International ha definito ripugnante la sentenza con cui oggi un tribunale sudanese ha condannato a morte per apostasia e alle frustate per adulterio una donna cristiana all’ottavo mese di gravidanza.

Meriam Yehya Ibrahim, attualmente in carcere col suo primo figlio di 20 mesi, è stata condannata a morte dopo aver rifiutato di rinunciare alla sua fede.

“Il fatto che una donna sia condannata a morte a causa della religione che ha scelto di professare e alle frustate per aver sposato un uomo di una presunta religione diversa è agghiacciante e orrendo. L’adulterio e l’apostasia non dovrebbero essere considerati reati. Siamo in presenza di una flagrante violazione del diritto internazionale dei diritti umani” – ha dichiarato Manar Idriss, ricercatore sul Sudan di Amnesty International.

“Amnesty International considera Meriam una prigioniera di coscienza, condannata solo a causa della sua fede e identità religiosa. Chiediamo il suo rilascio immediato e incondizionato” – ha concluso Idriss.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 15 maggio 2014

Per interviste:Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 15 maggio 2014

L’IRAN DEVE INDAGARE SUL “GIOVEDì NERO” NELLA PRIGIONE DI EVIN

Il 17 aprile 2014, in quello che gli attivisti iraniani hanno chiamato il “giovedì nero”,  i prigionieri politici e di coscienza della sezione 350 della prigione di Evin, nella capitale Teheran, sono stati aggrediti, picchiati e sottoposti a ulteriori maltrattamenti e ad alcuni dei feriti sono state negate cure mediche adeguate.

In un nuovo rapporto, intitolato “Giustizia: una parola aliena“, Amnesty International ha documentato le violenze gratuite cui sono stati sottoposti decine di detenuti che avevano chiesto di essere presenti durante le ispezioni mensili nelle loro celle. I prigionieri sono stati bendati e ammanettati, portati fuori dalle celle e fatti passare sotto un “tunnel” formato da agenti della sicurezza che li hanno ripetutamente picchiati coi manganelli sul volto, in testa e sulla schiena.

“Le forze di sicurezza hanno reagito con una dose agghiacciante di brutalità alle proteste dei prigionieri di Evin, picchiandoli, trascinandoli lungo il pavimento e insultandoli” – ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Finora, non risulta sia stata avviata alcuna indagine indipendente sull’accaduto. Una settimana dopo il “giovedì nero”, a seguito dell’indignazione dell’opinione pubblica, il direttore delle prigioni Golamhossein Esma’ili è stato rimosso dall’incarico, per essere poi assegnato a un ruolo nell’apparato giudiziario del paese che un portavoce di quest’ultimo ha definito una “promozione”.

Il capo della magistratura ha smentito che il 17 aprile fosse accaduto alcunché nella prigione di Evin, mettendo in guardia “coloro che diffondono bugie”. Le notizie iniziali secondo cui il governo aveva nominato una commissione d’inchiesta sono state smentite dal ministro della Giustizia, Mostafa Pourmohammadi.

“Finora, le autorità hanno cercato in tutti i modi di nascondere sotto il tappeto il ‘giovedì nero‘. La mancanza di volontà da parte loro d’indagare e chiamare i responsabili a renderne conto è inaccettabile e conferma che l’impunità è un problema perdurante in Iran. Le autorità devono cambiare rotta e avviare immediatamente un’indagine indipendente, approfondita e imparziale” – ha commentato Boumedouha.

La violenza del “giovedì nero” è iniziata quando guardie penitenziarie e uomini in borghese, alcuni dei quali col volto coperto da maschere e occhiali da sole, hanno iniziato a perquisire le celle della sezione 350. I prigionieri hanno protestato, chiedendo di essere presenti. In reazione, i pubblici ufficiali hanno cominciato a picchiarli, prenderli a calci e manganellarli. Alcune guardie hanno trascinato i prigionieri lungo il pavimento strappandogli i vestiti e picchiandoli.

Di lì a poco, almeno 32 prigionieri – alcuni dei quali costretti a denudarsi – sono stati trasferiti in isolamento nella sezione 240. La maggior parte di loro ha intrapreso uno sciopero della fame.
La moglie del prigioniero di coscienza Mohammad Sadiq Kabudvand, un giornalista curdo che sta scontando una condanna a 11 anni di carcere, ha riferito ad Amnesty International che suo marito è stato preso a calci e pugni dalle guardie penitenziarie fino a fargli perdere conoscenza. Quando si è risvegliato in ospedale non era in grado di parlare e giaceva accanto a un defibrillatore, segno che con ogni probabilità aveva avuto un arresto cardiaco.

Il 21 aprile, alcuni familiari hanno ottenuto il permesso di visitare i loro parenti. Hanno riferito scene “dolorose” e “scioccanti” di prigionieri pieni di lividi e ferite. Un padre ha raccontato di aver incontrato suo figlio sordo da un orecchio (segno di un probabile colpo al capo), con un collare cervicale e con una profonda ferita aperta sulla testa che necessitava di essere suturata.

Almeno cinque prigionieri sono stati ricoverati in ospedale, per essere presto riportati in carcere senza aver ricevuto cure mediche adeguate.

“Le autorità hanno tenuto un atteggiamento disumano e agghiacciante di fronte alle vittime del pestaggio. A molti, in una flagrante violazione del diritto internazionale, sono state negate cure mediche adeguate” – ha commentato Boumedouha.

I familiari che hanno chiesto informazioni sulla situazione dei loro congiunti hanno ricevuto scarse notizie dalla direzione del carcere. Alcuni di essi sono stati minacciati di gravi conseguenze se avessero parlato dei loro parenti feriti a Evin. Molti hanno ricevuto un sms da un numero sconosciuto  che prometteva “conseguenze” se avessero preso parte a una manifestazione indetta di fronte all’ufficio del procuratore. Almeno due persone, Kaveh Darolshafa e Ahmad Reza Haeri, sono state arrestate per aver preso le difese dei loro familiari in carcere.

“Invece di perseguitare queste famiglie, le autorità dovrebbero dimostrare l’intenzione di prendere sul serio queste denunce e aprire un’inchiesta con tutti i crismi per portare di fronte alla giustizia i responsabili” – ha concluso Boumedouha.

Amnesty International sta inoltre chiedendo che tutti i prigionieri abbiano regolare accesso ai loro avvocati e familiari.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 15 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

Roma, 13 maggio 2014

AMNESTY INTERNATIONAL SOLLECITA I LEADER DELL’UNIONE EUROPEA AD AGIRE PER PORRE FINE AL CRESCENTE NUMERO DI PERDITE DI VITE UMANE NEL MEDITERRANEO

Amnesty International si è detta profondamente preoccupata per l’ultima tragedia e per la conseguente morte di migranti e rifugiati nel Mediterraneo, un mare che una volta ancora ha inghiottito la vita di persone che cercavano salvezza e rifugio in Europa.

L’organizzazione per i diritti umani ha sollecitato di nuovo l’Unione europea e i suoi stati membri ad agire con urgenza per proteggere i diritti e le vite dei migranti e dei rifugiati.

Tra l’11 e il 12 maggio oltre 50 persone hanno perso la vita in due consecutivi naufragi tra l’Italia e la Libia. Lo scorso ottobre i naufragi al largo di Lampedusa avevano provocato oltre 400 morti e mosso molte dichiarazioni di rammarico e solidarietà ai più alti livelli dell’Unione europea.

Tuttavia, ad oggi, i leader europei hanno complessivamente e collettivamente evitato di prendere misure concrete per impedire ulteriori morti lungo le frontiere europee. Naufragi e inabissamenti di imbarcazioni sono proseguiti tanto nel mar Mediterraneo quanto nel mar Egeo, lungo la frontiera marittima tra Grecia e Turchia. Tra l’agosto 2012 e il marzo 2014, nell’Egeo sono annegate almeno 188 persone. Il 5 maggio altre 22 persone provenienti dalla Turchia hanno perso la vita mentre cercavano di raggiungere l’isola greca di Samos.

Il crescente numero di morti in mare chiama in causa l’inefficacia delle attuali politiche e prassi dell’Unione europea in materia d’immigrazione e asilo, concentrate nell’impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere l’Europa. L’aumentato ricorso a politiche e prassi restrittive ha avuto l’unico effetto di costringere persone disperate a intraprendere viaggi ancora più pericolosi. Nell’assenza di fatto di modalità sicure e legali per raggiungere l’Europa, le persone si affidano sempre di più a trafficanti e sono costrette a imbarcarsi su imbarcazioni sempre più inadeguate ad affrontare il mare.

Ma le alternative esistono e un cambiamento di rotta nelle politiche dell’Unione europea in materia d’immMobilitazione per i diritti dei migranti, Bari, aprile 2014igrazione e asilo è più che mai urgente per salvare vite umane. Il Consiglio dei ministri della giustizia e degli affari interni del 5 e 6 giugno e il Summit europeo del 26 e 27 giugno devono costituire l’opportunità per ridefinire l’approccio europeo alle politiche in tema d’immigrazione e asilo, prima che altre vite vengano perse in mare.

Amnesty International sta chiedendo, con la sua campagna S.O.S Europa, di assicurare che le persone siano al centro delle politiche in materia d’immigrazione e asilo, attraverso il rafforzamento delle operazioni di ricerca e soccorso, l’apertura di canali sicuri e legali d’ingresso e la fine dell’affidamento dei controlli dell’immigrazione a paesi extra-Ue dove la situazione dei diritti umani è deplorevole.

Aumentare le operazioni di ricerca e soccorso

Dopo la tragedia dell’ottobre 2013 al largo di Lampedusa, l’Italia ha avviato l’operazione “Mare Nostrum” consistente in estese attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. L’operazione “Mare Nostrum” indica che è possibile garantire maggiore sicurezza a migranti e rifugiati incrementando le operazioni di ricerca e soccorso.
Questo sforzo dev’essere apprezzato. Tuttavia, di fronte a ulteriori tragedie e perdite di vite umane, il rafforzamento delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo può essere realizzato solo attraverso l’azione congiunta e il contributo di tutti gli stati membri dell’Unione europea. Attività del genere devono essere avviate anche nel mar Egeo.

Canali d’ingresso sicuri e legali in Europa

Finora gli stati membri dell’Unione europea si sono mostrati indisponibili a discutere delle forme sicure e legali d’ingresso per i rifugiati. Persino di fronte all’acuirsi della crisi dei rifugiati siriani, la risposta degli stati membri è stata vergognosa. Da un lato, intere famiglie siriane rischiano la vita in mare, dall’altro gli stati membri dell’Unione europea si rifiutano ancora di aprire canali sicuri e legali per favorire il loro ingresso in Europa.

Gli stati europei potrebbero farlo, invece, attraverso il reinsediamento e i programmi di ammissione umanitaria nonché facilitando le riunificazioni familiari. Alla fine del 2013 il Libano, un paese con meno di quattro milioni e mezzo di abitanti, aveva dato ospitalità a 800.000 rifugiati siriani, mentre solo 81.000 erano riusciti a raggiungere il territorio dell’Unione europea in cerca di protezione.

Come ha detto il 12 maggio la commissaria europea per gli Affari interni Cecilia Malmstrom, è possibile “ridurre il rischio che tali tragedie si verifichino di nuovo”, ad esempio “reinsediando i rifugiati direttamente dai campi fuori dall’Europa e aprendo nuovi canali per entrare legalmente” in Europa.   La proposta avanzata dalla Germania l’8 maggio, di una conferenza a livello europeo sul reinsediamento dei rifugiati siriani negli stati membri dell’Unione europea, potrebbe essere un primo passo nella giusta direzione.

Cooperazione con paesi terzi in materia di controllo dell’immigrazione

L’Unione europea e i singoli stati membri continuano a cooperare con paesi extra-Ue in tema di controllo dell’immigrazione, chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani subite, in quei paesi, da migranti, richiedenti asilo e rifugiati.
Nonostante queste violazioni siano state ampiamente documentate in Libia, l’Unione europea e stati membri come l’Italia continuano a collaborare con questo paese per fermare i flussi di migranti diretti verso l’Europa.

La cooperazione coi paesi terzi vicini all’Unione europea dev’essere volta ad assistere questi paesi a proteggere i diritti umani dei rifugiati e dei migranti anziché soprattutto a cercare d’impedire gli arrivi. Ogni accordo in tema di controllo dell’immigrazione dovrebbe inoltre essere trasparente e comprendere adeguati standard e misure di protezione.

Il costo in vite umane delle politiche e delle pratiche dell’Europa in materia d’immigrazione e asilo è troppo alto. Può e dev’essere fatto di più per impedire morti e sofferenza nelle acque lungo le frontiere europee. Si tratta di una questione di diritti umani ed è responsabilità collettiva di tutti gli stati membri fare tutto quanto è in loro potere per prevenire queste morti.
Al Summit europeo del 26 e 27 giugno, i leader europei approveranno la strategia quinquennale dell’Unione europea in tema d’immigrazione e asilo. Questa è un’opportunità cruciale da non perdere affinché gli stati membri pongano finalmente al centro delle politiche europee i diritti umani dei migranti e dei rifugiati e salvino vite umane.

Senza un’azione concreta, purtroppo, il tributo di vite umane alle porte dell’Europa continuerà a salire. Occorre fare di più e meglio rispetto ad oggi.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 13 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

Roma, 12 maggio 2014

“UNA CRISI GLOBALE”. AMNESTY INTERNATIONAL LANCIA LA CAMPAGNA “STOP ALLA TORTURA”. REGISTRATI CASI IN 141 PAESI NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI, IN 79 PAESI NEL 2014.

Amnesty International ha accusato i governi di ogni parte del mondo di aver tradito l’impegno a porre fine alla tortura, 30 anni dopo la storica adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

“La vietano per legge, la facilitano nella pratica. Ecco la doppia faccia dei governi quando si tratta della tortura”– ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, durante la conferenza stampa di lancio della campagna globale “Stop alla tortura”.

“Non solo la tortura è viva e vegeta, ma il suo uso sta aumentando in molte parti del mondo poiché sempre più governi tendono a giustificarla in nome della sicurezza nazionale, erodendo così i progressi fatti negli ultimi 30 anni”– ha proseguito Marchesi.

“Quella Convenzione era stata il prodotto di una campagna di Amnesty International contro la tortura. È disarmante rendersi conto che, nonostante i progressi fatti da allora, 30 anni dopo ci voglia un’altra campagna di Amnesty International affinché sia rispettata”– ha commentato Marchesi.

“A partire dal 1984, la Convenzione contro la tortura è stata ratificata da 155 paesi. Amnesty International ha svolto ricerche su 142 di essi, giungendo alla conclusione che nel 2014 la tortura viene praticata ancora da 79 paesi. Negli ultimi cinque anni, Amnesty International ha registrato casi di tortura o di altri maltrattamenti in 141 paesi ma, dato il contesto di segretezza nel quale la tortura viene praticata, è probabile che il numero effettivo sia più alto”– ha sottolineato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

 

In alcuni di questi paesi la tortura è sistematica, in altri è un fenomeno isolato ed eccezionale. Ma, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, anche un solo caso di tortura è completamente inaccettabile.

Nel rapporto della campagna globale “Stop alla tortura”, intitolato “La tortura oggi: 30 anni di impegni non mantenuti”, è riportato un lungo elenco di metodi di tortura usati contro presunti criminali comuni, individui sospettati di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, dissidenti, rivali politici e altre persone ancora: dall’obbligo di rimanere in posizioni dolorose alla privazione del sonno, dalle scariche elettriche ai genitali allo stupro.

Prima del lancio della campagna, Amnesty International ha commissionato un sondaggio all’istituto di ricerche GlobeScan per conoscere l’attitudine dell’opinione pubblica rispetto alla tortura in 21 paesi del mondo. Il risultato allarmante è che il 44 per cento del campione pensa che, se fosse arrestato nel suo paese, rischierebbe di essere torturato. L’82 per cento ritiene che dovrebbero esserci leggi rigorose contro la tortura ma più di un terzo (il 36 per cento) crede che la tortura potrebbe essere giustificata in determinate circostanze.

“I risultati sono sorprendenti: quasi la metà delle persone che abbiamo contattato si sente vulnerabile rispetto alla tortura. La vasta maggioranza ritiene che dovrebbero esserci norme chiare contro la tortura ma più di un terzo ancora pensa che in certi casi la tortura possa essere usata. Complessivamente, abbiamo riscontrato un forte sostegno globale in favore di azioni che prevengano la tortura”– ha dichiarato Caroline Holme, direttrice di GlobeScan.

Nei paesi che hanno preso sul serio gli impegni assunti con la ratifica della Convenzione contro la tortura, questa è diminuita grazie all’introduzione di un reato specifico nelle leggi nazionali, all’apertura dei centri di detenzione a organismi indipendenti di monitoraggio e alla registrazione video degli interrogatori.

Amnesty International chiede ai governi di introdurre e applicare garanzie di protezione per prevenire e punire la tortura, come esami medici adeguati, immediato accesso agli avvocati, visite di organismi indipendenti nei centri di detenzione, indagini efficaci e indipendenti sulle denunce, procedimenti nei confronti dei presunti responsabili e adeguata riparazione per le vittime.

Mentre l’azione di Amnesty International per prevenire e punire la tortura prosegue a livello mondiale, la campagna “Stop alla tortura” si concentrerà su cinque paesi dove la tortura è praticata in modo ampio e dove l’organizzazione per i diritti umani ritiene di poter contribuire a cambiare significativamente la situazione.

In Messico, il governo sostiene che la tortura sia l’eccezione e non la regola. La realtà è che è praticata massicciamente e impunemente dalle forze di polizia e di sicurezza. Miriam López Vargas, 31 anni, madre di quattro figli, è stata sequestrata da due soldati in borghese e portata in una caserma. Qui, in una settimana, è stata stuprata tre volte, sottoposta a scariche elettriche e semi-soffocata per costringerla a confessare presunti reati di droga. Sono passati tre anni ma nessuno dei suoi torturatori è stato portato di fronte alla giustizia.

La giustizia, nelle Filippine, è fuori dalla portata della maggior parte dei sopravvissuti alla tortura. All’inizio del 2014 è stato scoperto un centro segreto di detenzione dove la polizia torturava i prigionieri per divertimento, usando una roulette lungo i settori della quale erano scritti vari metodi di tortura. Lo scandalo mediatico ha dato vita a un’indagine interna e alcuni agenti di polizia sono stati rimossi dall’incarico. Tuttavia, Amnesty International chiede un’indagine approfondita e imparziale che porti in tribunale tutte le persone coinvolte. La maggior parte degli atti di tortura da parte delle forze di polizia rimane impunita e i sopravvissuti alla tortura restano a soffrire in silenzio.

In Marocco / Sahara Occidentale è raro che le autorità marocchine indaghino sulle denunce di tortura. Le autorità spagnole hanno estradato in Marocco Ali Aarrass nonostante il pericolo che venisse torturato. Arrestato dai servizi di sicurezza, è stato portato in un centro segreto di detenzione dove gli sono state somministrate scariche elettriche sui testicoli, è stato picchiato sulle piante dei piedi ed è stato tenuto appeso per i polsi per lunghe ore. Ha dichiarato di essere stato costretto a “confessare” di aver collaborato con un gruppo terrorista. Sulla base di tale “confessione” è stato condannato a 12 anni di carcere e le sue denunce non sono mai state prese in considerazione.

Le forze di polizia e i militari della Nigeria ricorrono regolarmente alla tortura. Moses Akatubga è stato arrestato all’età di 16 anni. Lo hanno picchiato e gli hanno sparato a una mano. In una stazione di polizia è stato appeso per gli arti per ore. Sotto tortura, ha “confessato” di aver preso parte a una rapina. Le sue denunce di tortura non sono mai state pienamente indagate. Nel novembre 2013, dopo otto anni di attesa del verdetto, è stato condannato a morte.

In Uzbekistan, dove Amnesty International non può entrare, la tortura è pervasiva ma pochi torturatori sono stati portati di fronte alla giustizia. Dilorom Abdukadirova ha trascorso cinque anni in esilio dopo che le forze di sicurezza aprirono il fuoco contro una manifestazione cui stava partecipando. Rientrata nel paese, è stata arrestata e accusata di tentativo di rovesciare il governo. Al processo, è apparsa in aula emaciata e con cicatrici sul volto. I suoi familiari sono certi che sia stata torturata.

Nell’ambito della campagna “Stop alla tortura”, Amnesty International continuerà a sollecitare l’Italia a colmare il ritardo di oltre 25 anni – tanti ne sono trascorsi dalla ratifica della Convenzione contro la tortura – e a introdurre finalmente il reato di tortura nel codice penale.

“A 13 anni dal G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e nel nostro paese non esistono strumenti idonei per prevenire e punire le violazioni in maniera efficace. Nel frattempo, molti altri casi che chiamano in causa la responsabilità delle forze di polizia sono emersi e, purtroppo, continuano a emergere senza che vi sia stata una risposta adeguata da parte delle istituzioni”– ha dichiarato Antonio Marchesi.

Il 5 marzo il Senato ha approvato un testo unificato che qualifica la tortura come reato specifico prevedendo l’aggravante nel caso in cui sia commesso da un pubblico ufficiale. Non è passata la disposizione che prevedeva l’istituzione di un fondo nazionale per le vittime della tortura.

“Dopo un quarto di secolo di attesa, è fondamentale che l’Italia si doti di norme efficaci per prevenire e punire la tortura e che queste soddisfino gli standard internazionali in materia di tortura che il nostro paese si è più volte impegnato a osservare. L’assenza di un reato specifico di tortura in Italia ha fatto sì, in questi anni, che fattispecie qualificabili e qualificate come tortura venissero sanzionate con pene lievi e non applicabili per intervenuta prescrizione e ha nuociuto alla stessa credibilità dell’operato delle forze di polizia”– ha concluso Marchesi.

 

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 13 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 9 maggio 2014

NIGERIA, AMNESTY INTERNATIONAL ACCUSA: LE AUTORITà SAPEVANO DEL RAID DI BOKO HARAM NELLA SCUOLA MA NON HANNO AGITO PER IMPEDIRLO

Testimonianze inequivocabili raccolte da Amnesty International hanno rivelato che le forze di sicurezza nigeriane non hanno agito, nonostante un preavviso di almeno quattro ore, per impedire il raid di Boko haram nella scuola di Chibok in cui a metà aprile sono state rapite oltre 240 ragazze.
“Il fatto che le forze di sicurezza, pur sapendo dell’imminente raid e avendo quattro ore di tempo a disposizione, non abbiano preso immediate misure per fermarlo, non farà altro che aumentare l’indignazione nazionale e internazionale per l’orribile crimine in atto” – ha dichiarato Netsanet Belat, direttore di Amnesty International per l’Africa.
“Siamo di fronte a un’enorme abdicazione al dovere della Nigeria di proteggere la popolazione civile. Le autorità nigeriane devono ora usare tutti i mezzi legali a loro disposizione per assicurare l’incolume rilascio delle ragazze e garantire che in futuro non accada più niente del genere” – ha aggiunto Belat.
Secondo le varie fonti raccolte da Amnesty International, il quartier generale delle forze armate di Maiduguri era a conoscenza dell’imminente attacco dalle 19 del 14 aprile, quasi quattro ore prima che Boko haram iniziasse le operazioni.L’incapacità di radunare i soldati – a causa delle scarse risorse a disposizione e della paura di fronteggiare un gruppo armato meglio equipaggiato – ha fatto sì che quella notte non venissero inviati rinforzi a difendere la scuola di Chibok.
Il piccolo contingente presente – 17 militari e qualche agente della polizia locale – ha cercato di respingere l’assalto di Boko haram ma è stato sopraffatto e costretto alla ritirata. Un soldato è rimasto ucciso.A più di tre settimane di distanza, la maggior parte delle ragazze rimane sequestrata in una località sconosciuta. I tentativi di ottenere il loro rilascio sono fin qui naufragati in un clima di sospetto e confusione.
Amnesty International continua a chiedere a Boko haram di rilasciare immediatamente, senza condizioni e sane e salve tutte le ragazze e cessare tutti gli attacchi contro la popolazione civile. “Il sequestro e la continua prigionia delle ragazze costituiscono crimini di guerra, i cui responsabili devono essere portati di fronte alla giustizia. Gli attacchi alle scuole violano il diritto all’istruzione e devono essere fermati immediatamente” – ha concluso Belat.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 9 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 9 maggio 2014

IL COMUNE DI ROMA DISAPPLICA LA CIRCOLARE DISCRIMINATORIA SUGLI ALLOGGI POPOLARI AI ROM. SODDISFAZIONE DI AMNESTY INTERNATIONAL

Amnesty International ha commentato con soddisfazione la decisione del Comune di Roma di disapplicare la circolare interna del gennaio 2013, che discriminava le famiglie rom residenti nei campi autorizzati riducendone le probabilità di accedere a un alloggio popolare. Giovedì 8 maggio, in audizione di fronte alla Commissione diritti umani del Senato, l’assessore alla Casa del Comune di Roma Daniele Ozzimo ha infatti chiarito che il Comune non intende dare applicazione alla circolare, approvata sotto la precedente amministrazione.
“Il Comune di Roma non solo ha riconosciuto che nessuno può essere svantaggiato nell’accesso a un alloggio adeguato sulla base della propria identità etnica, ma ha anche fatto un piccolo ma importante passo per rimuovere gli ostacoli sinora frapposti nel cammino dei rom verso una piena integrazione” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa e l’Asia Centrale di Amnesty International.
La circolare prevedeva che, nell’assegnare i punteggi alle famiglie richiedenti un alloggio popolare, le famiglie rom dimoranti in campi autorizzati fossero svantaggiate rispetto ad altre famiglie in situazione di grave disagio abitativo, dimoranti in altre strutture di accoglienza facenti capo all’amministrazione comunale.
“Finalmente la giunta Marino ha riconosciuto il principio secondo cui tutte le famiglie in situazione di grave disagio abitativo, ospitate tanto in campi autorizzati quanto in centri di assistenza alloggiativa del Comune, devono essere aiutate a uscirne e ad accedere a un alloggio popolare” –  ha continuato Dalhuisen.”Pur accogliendo con soddisfazione le dichiarazioni dell’assessore Ozzimo, che abbiamo aspettato per lungo tempo, sottolineiamo che molto resta da fare per garantire che il diritto di tutti a un alloggio adeguato sia soddisfatto pienamente.
Occorrono risorse per fare fronte alle esigenze di migliaia di famiglie in situazione di disagio abitativo, insieme alla garanzia che qualunque allocazione di risorse per la casa sia trasparente e non discriminatoria” – ha sottolineato Dalhuisen, Amnesty International ha ripetutamente denunciato gli effetti discriminatori della circolare, che, ostacolando l’accesso di famiglie rom indigenti a un alloggio convenzionale, era strumentale alla loro segregazione nei campi, per lungo tempo perseguita dall’amministrazione capitolina.
L’organizzazione per i diritti umani si aspetta che la decisione di disapplicare la circolare sia adeguatamente comunicata alle famiglie residenti nei campi, anche considerato l’effetto deterrente che l’emanazione della circolare ha esercitato sulle famiglie interessate a fare richiesta di un alloggio popolare.
“Non possiamo dimenticare che l’emanazione della circolare interna del gennaio del 2013, subito dopo la pubblicazione del bando del 31 dicembre del 2012 che riaprì le liste di assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, avvenne in concomitanza con un dibattito politico dai toni platealmente discriminatori, ampiamente riportato dalla stampa. Sminuire l’importanza della circolare a oltre un anno di distanza dalla sua emanazione non può bastare a rimediare al messaggio scoraggiante ricevuto dalle famiglie rom in quel periodo” – ha concluso Dalhuisen.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 9 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 8 maggio 2014

AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA ALL’ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI ENI

Questa mattina Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, e’ intervenuto all’Assemblea generale degli azionisti di Eni. 
Dal novembre 2009 Amnesty International Italia, titolare di un’azione di Eni, e’ impegnata in un dialogo con l’azienda sull’impatto delle sue attivita’ sull’ambiente e i diritti umani nel delta del fiume Niger, in Nigeria. 

Nei numerosi incontri, l’ultimo dei quali avvenuto il 1° aprile di quest’anno, Amnesty International Italia ha sempre evidenziato come la mancanza di trasparenza complessiva sugli impatti ambientali dell’industria petrolifera che opera in Nigeria – in particolare, sulle fuoriuscite di petrolio e le indagini condotte per accertarne le cause – metta a rischio i diritti umani delle popolazioni che vivono sul delta del fiume Niger.

Ad aprile, Eni ha pubblicato il sito Internet Naoc Sustainability in cui Naoc (Nigerian Agip Oil Company), la consociata di Eni in Nigeria, riporta informazioni relative ai progetti di riduzione delle torce del gas flaring, alle fuoriuscite di petrolio, alle valutazioni di impatto ambientale e ai progetti per le comunita’ e il territorio. 

La decisione di Eni di mantenere l’impegno, preso durante l’Assemblea degli azionisti del 2013 dal suo amministratore delegato, a fornire informazioni sulle indagini sulle fuoriuscite di petrolio e’ stata pubblicamente apprezzata da Amnesty International Italia. 

Nel suo intervento all’Assemblea generale degli azionisti, Rufini si e’ soffermato sulle fuoriuscite di petrolio riferite da Eni nel suo Consolidato di sostenibilita’. Nel 2013, gli incidenti che hanno causato fuoriuscite di petrolio sono stati stimati dall’azienda nel numero di 386. Il volume totale e’ stato di 7903 barili di petrolio greggio fuoriuscito, 6002 dei quali a causa di atti di sabotaggio e di terrorismo.

Un’altra fonte, l’Agenzia nigeriana per il rilevamento e l’intervento per le fuoriuscite di petrolio, evidenzia che negli ultimi sei anni Eni ha registrato l’aumento piu’ impressionante di fuoriuscite di petrolio, il cui numero e’ piu’ che raddoppiato (da 235 fuoriuscite nel 2008 a 471 da gennaio alla fine di settembre 2013). 
Infine, stando alle informazioni riportate sul sito Naoc Sustainability, nei primi due mesi del 2014 Eni ha riportato 56 incidenti con una stima di 1156,7 barili di petrolio sversati. Anche in questo caso, la maggior parte delle fuoriuscite e’ stata imputata ad atti di sabotaggio e furto. 

“Negli ultimi anni, in Nigeria, il numero di fuoriuscite segnalate e causate dall’operato di Eni e’ stato quasi il doppio rispetto a quello imputato a Shell, sebbene quest’ultima occupi un’area maggiore. Il volume di barili sversati nel paese a causa di atti di sabotaggio e furto continua a sembrare incredibilmente elevato. Un cosi’ grande numero di fuoriuscite, qualunque sia la causa, e’ imperdonabile per un operatore responsabile” – ha dichiarato Rufini.

Eni ha inoltre reso noto che “sta testando tecniche innovative mirate a migliorare l’individuazione precoce delle fuoriuscite dalle tubazioni (uso di fibre ottiche, idrofoni) e a disincentivare le attivita’ di furto del petrolio (uso di barriere chimiche/meccaniche)”. Sebbene l’impegno all’azione di Eni sia benvenuto, Amnesty International Italia resta preoccupata per la circostanza che un’azienda che ha visto quasi 500 fuoriuscite in soli nove mesi del 2013 e gia’ 56 nei primi due mesi del 2014 non abbia ancora intrapreso azioni per fermare significativamente le fuoriuscite di petrolio.

“Indagare sulle fuoriuscite di petrolio nel delta del fiume Niger e’ un importante questione di diritti umani” – ha ricordato Rufini. “L’inquinamento causato negli ultimi 50 anni dalle aziende petrolifere presenti sul territorio, tra cui Shell, Total e la stessa Eni, ha contaminato il suolo, l’acqua e l’aria del delta del Niger contribuendo alla violazione del diritto alla salute e a un ambiente sano, del diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all’acqua, nonche’ del diritto a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro. Le persone colpite sono centinaia di migliaia, in particolare i piu’ poveri e coloro che dipendono dai mezzi di sussistenza tradizionali, come pesca e agricoltura”.
 
La pubblicazione su Internet delle informazioni relative alle indagini sulle fuoriuscite di petrolio, cosi’ come fatto da Eni, permette sicuramente una maggiore possibilita’ di condurre una revisione indipendente dei dati pubblicati e di ridurre quindi la possibilita’ di cattive pratiche. Sebbene Eni abbia intrapreso questo passo positivo, Amnesty International Italia ritiene necessario che siano poste in essere ulteriori forti misure per garantire che le informazioni fornite siano attendibili e possano essere verificate in maniera indipendente. 

“Rendere pubblici i dati delle fuoriuscite di petrolio e delle relative operazioni per porvi rimedio e bonificare la zona, dimostrerebbe una chiara assunzione di responsabilita’ e permetterebbe a Eni di essere maggiormente trasparente nei confronti della comunita’ nigeriana cosi’ come dei suoi azionisti” – ha proseguito Rufini. “Per questo Amnesty International Italia continuera’ a monitorare il sito Internet di Naoc Sustainability, offrendo raccomandazioni per sviluppare ulteriormente questo strumento”.  

La salvaguardia dei diritti umani, nel delta del fiume Niger, deve venire prima del profitto economico. Per questo, Amnesty International Italia ha rivolto una serie di richieste alla compagnia:

1. entro quando Eni intende pubblicare sul sito internet Naoc Sustainability tutti i report delle Joint investigation visit, comprensive di fotografie e video relativi dal 2000 ad oggi assicurando che le fotografie siano nitide e che forniscano elementi di prova verificabili della causa e dell’area interessata e che i video possano garantire verifiche indipendenti sul flusso di petrolio in fuoriuscita quando ha avuto luogo la Joint investigation visit e pubblicando le informazioni su come e quando e’ stato arrestato o isolato il flusso di petrolio;
2. entro quando Eni intende pubblicare tutte le procedure di clean-up intraprese per tutti gli sversamenti che hanno avuto luogo dal 2000 sino ad oggi.
3. entro quando Eni intende migliorare concretamente i controlli di sicurezza alle infrastrutture petrolifere per evitare sabotaggi e furti, nonche’ impegnarsi ad adottare la tecnologia migliore a disposizione per evitare fuoriuscite nel delta del Niger.
4. quali sono i rapporti economici, politici, tecnici, operativi e d’intelligence tra Eni e l’operazione “Pulo Shield” delle forze di sicurezza nigeriane, accusata di gravi violazioni dei diritti umani delle popolazioni del delta del Niger.
5. quali iniziative sono state prese nei confronti delle comunita’ locali, della societa’ civile e delle autorita’ tradizionali, per risolvere o contenere, con metodi innovativi, i problemi legati al bunkering e alla limitazione dell’accesso alla zona per i team tecnici di Eni?  

Durante l’Assemblea generale di Eni, l’amministratore delegato Paolo Scaroni ha fornito alcune prime risposte, basate principalmente sulle informazioni gia’ pubblicate sul sito della compagnia nella risposta scritta alle domande pervenute prima dell’Assemblea da parte di Amnesty International Italia.

Amnesty International Italia intende quindi richiedere un approfondimento delle importanti tematiche sollevate – che esulano dalla pubblicazione delle date degli sversamenti sul citato sito Internet – e auspica che questo possa essere fatto al piu’ presto in un incontro con i neo-nominati vertici di Eni. 

FINE DEL COMUNICATO                                                                                
Roma, 8 maggio 2014

Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

Roma, 8 maggio 2014

RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SUL SUD SUDAN: CIVILI UCCISI E STUPRATI IN UNA SPIRALE DI VIOLENZA MENTRE INCOMBE LA FAME

Nuove ricerche svolte nel Sud Sudan, rese pubbliche oggi da un rapporto di Amnesty International, hanno rivelato atrocità orribili commesse da entrambe le parti coinvolte nel conflitto: secondo l’organizzazione per i diritti umani, gli attacchi contro i civili sulla base dell’origine etnica e della presunta affiliazione politica costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il rapporto di Amnesty International contiene testimonianze di sopravvissuti ai massacri e alla violenza sessuale commessi nel corso di un conflitto che ha costretto oltre un milione di persone a lasciare le loro case e ha trascinato il più giovane paese della comunità internazionale verso un disastro umanitario.
Da quando, nel dicembre 2013, è esploso il conflitto tra le forze rivali fedeli rispettivamente al presidente Salva Kiir e all’ex vicepresidente Riek Machar, la popolazione civile è stata presa sistematicamente di mira nelle città e nei villaggi, nelle case, nelle moschee, negli ospedali e persino nelle basi delle Nazioni Unite dove aveva cercato rifugio. In alcuni di questi luoghi, i ricercatori di Amnesty International hanno trovato scheletri umani, corpi in decomposizione mangiati dai cani e fosse comuni, cinque delle quali a Bor che – secondo fonti governative – contenevano 530 cadaveri. Ovunque, hanno visto case saccheggiate e incendiate, ambulatori medici distrutti e depositi di aiuti alimentari depredati.
Le nostre ricerche hanno rivelato l’inimmaginabile sofferenza di molti civili impossibilitati a scappare dalla crescente spirale di violenza: persone massacrate proprio nei luoghi in cui si erano rifugiati, bambine e donne incinte stuprate, anziani e ammalati uccisi nei letti d’ospedale” – ha dichiarato Michelle Kagari, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa Orientale.
Entrambe le parti in conflitto hanno mostrato il totale disprezzo per i più elementari principi del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Coloro che, lungo tutta la catena di comando, hanno perpetrato, ordinato o tollerato questi gravi abusi, alcuni dei quali costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dovranno essere chiamati a renderne conto” – ha aggiunto Kagari.
Sebbene sia scaturito da uno scontro di natura politica, il conflitto ha assunto una chiara connotazione etnica tra i dinka, da cui provengono la maggior parte delle forze fedeli al presidente Kiir, e i nuer, il gruppo d’origine della maggior parte dei disertori delle forze armate e delle milizie fedeli all’ex presidente Machar. Civili appartenenti ai gruppi dinka, nuer e shilluk sono stati presi sistematicamente di mira solo a causa della loro etnia e della conseguente, presunta, affiliazione politica.

Un sopravvissuto a un massacro ha raccontato di essere stato arrestato a Juba e portato, insieme ad almeno altre 300 persone, a una base militare: “Eravamo in stanze piccolissime, faceva tanto caldo e non avevamo acqua. A sera, abbiamo aperto la finestra per far entrare aria ma un attimo dopo i soldati hanno aperto il fuoco proprio dalla finestra. Nella mia stanza sono morte molte persone. I sopravvissuti si fingevano morti tra i cadaveri. Siamo sopravvissuti in 12”.
Una donna di Gandor ha descritto ad Amnesty International come sua cognata, di appena 10 anni, sia stata stuprata da una decina di soldati. Un’altra donna ha raccontato di essere stata stuprata insieme ad altre 17 donne dai soldati governativi a Palop: “Ero incinta di tre mesi ma mi hanno violentato così tante volte che il bambino è uscito. Erano in nove. Se avessi rifiutato, mi avrebbero uccisa”. La donna ha visto i soldati inserire larghi bastoni di legno nella vagina di sette donne che avevano rifiutato di essere stuprare. Le sette donne sono morte.
A causa del conflitto, la situazione umanitaria nel Sud Sudan sta diventando sempre più precaria. La violenza in corso ha impedito a tante persone di rientrare alle loro terre nel periodo cruciale della semina. La carestia sarà quasi inevitabile. Con l’arrivo della stagione delle piogge, le strade diventeranno presto impraticabili rendendo impossibile la fornitura di aiuti umanitari di cui c’è disperato bisogno nelle aree colpite dal conflitto. Le forniture di cibo e medicinali vengono deliberatamente bloccate, mentre le agenzie umanitarie sono state attaccate negli stati di Jonglei, Alto Nilo e Unità e almeno tre operatori umanitari sono stati uccisi.
Di fronte all’esplosione di violenza nel Sud Sudan, lo scorso dicembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha unanimemente approvato l’incremento temporaneo della forza di peacekeeping, ma il dispiegamento delle truppe aggiuntive è stato lento e la Missione Onu nel Sud Sudan (Unmiss) è in difficoltà nell’adempimento al suo mandato di proteggere la popolazione civile.
Il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana ha nominato una commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani ma i suoi membri hanno iniziato solo ora a indagare sul campo. Le promesse, da parte del governo del Sud Sudan, d’indagare sulle violazioni commesse dalle sue forze, sono rimaste vane. Occorre urgentemente un’azione concreta a livello locale, regionale e internazionale per porre fine alla violenza, fermare le rappresaglie contro i civili e chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani a rispondere delle loro azioni.

 

Le raccomandazioni di Amnesty International

  • alle Nazioni Unite: focalizzare maggiormente il mandato dell’Unmiss sulla protezione dei civili, sulle indagini sulle violazioni dei diritti umani e sulla facilitazione dell’accesso degli aiuti umanitari;
  • alle parti in conflitto: cessare immediatamente ogni violazione del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario e consentire a chi ne ha bisogno di accedere agli aiuti umanitari senza ostacoli;
  • a entrambe le parti: cooperare in pieno alle indagini indipendenti e imparziali sulle violazioni dei diritti umani, compresa la commissione d’inchiesta dell’Unione africana, e prendere provvedimenti per portare i responsabili delle violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario di fronte alla giustizia.

Altre testimonianze contenute nel rapporto

Il 16 dicembre 2013, nel quartiere Eden della capitale Juba, un ragazzo di 20 anni e altri due uomini sono stati arrestati dai militari nel cuor della notte. La madre del ragazzo ha raccontato ad Amnesty International: “Li hanno portati via con le mani legate dietro la schiena, poi con la stessa corda hanno legato i piedi alle mani, come fossero pecore. Poi li hanno massacrati a colpi d’arma da fuoco”. La donna è fuggita a casa di una vicina. Di lì a poco, è stata stuprata insieme ad altre nove donne da un gruppo di soldati.All’interno e nei pressi della cattedrale di Sant’Andrea, a Bor, nello stato di Jonglei, nel gennaio 2014, sono stati rinvenuti i corpi di 18 donne, presumibilmente vittime di un attacco dell’opposizione armata. Sei delle donne facevano parte della chiesa locale e tutte erano di etnia dinka.A Malakal, nello stato dell’Alto Nilo, Amnesty International ha visitato un deposito del Programma alimentare mondiale che nel gennaio 2014 era stato saccheggiato e distrutto dalle forze di opposizione che avevano appena assunto il controllo della città. In meno di tre giorni sono state saccheggiate riserve di cibo destinate a nutrire 400.000 persone per tre mesi.

Ulteriori informazioni sul rapporto

Il rapporto è basato su informazioni raccolte da fonti primarie e secondarie nel corso di una missione di ricerca condotta da Amnesty International nel Sud Sudan nel marzo 2014. La missione ha visitato la capitale Juba e le città di Bor (stato di Jonglei), Bentiu (stato di Unità) e Malakal (stato dell’Alto Nilo), ha intervistato oltre 100 testimoni e parlato con autorità di governo locali, statali e nazionali, con esponenti dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese, della polizia e delle forze di opposizione.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 8 maggio 2014

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 5 Maggio 2014

“ATTO DI FORZA” DI FRANCESCO E MAX GAZZE’ E’ IL BRANO VINCITORE DEL PREMIO AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA 2014

“Atto di forza” di Francesco e Max Gazzè è il brano vincitore della dodicesima edizione del Premio Amnesty International Italia, indetto nel 2003 da Amnesty International Italia e dall’associazione culturale Voci per la libertà per premiare il migliore brano sui diritti umani pubblicato nel corso dell’anno precedente.
La premiazione avrà luogo sul palco di Rosolina Mare (Rovigo) domenica 20 luglio, nel corso della serata finale della XVII edizione di Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty, festival che inizierà il 17 luglio e proporrà anche il concorso dedicato agli emergenti, il cui bando rimane aperto fino al 10 maggio.
“Spesso capita di chiederci – racconta il Premio Amnesty International Italia 2014 Max Gazzè – come un essere umano possa arrivare a compiere gesti atroci, quali siano i guasti che mandano in blocco il cervello e perché nessuno sia ancora riuscito a trovare il sistema per fermare la follia molto prima di quando è già troppo tardi. Facile che resti un pensiero come tanti che balena e sparisce per lasciar posto a qualcosa di più urgente. ‘Atto di forza’ è uno di quei pensieri, il racconto per immagini di una di quelle follie.Grazie al premio Amnesty International lo sguardo si sposta e indugia su temi enormi – quale, appunto, la violenza contro le donne – che vengono quasi sempre pigiati in cronaca nera solo perché sembra sia diventato normale che ogni tanto qualcuno perda il controllo. Manca il tempo di illustrare i dettagli, di realizzare che succede veramente, di spiegare che non è per niente normale”.max_gazze400
“‘Atto di forza’ – dichiara il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi – è un contributo importante alla conoscenza e alla sensibilizzazione su un problema gravissimo di violazione dei diritti umani in Italia: la violenza contro le donne. Una follia, spesso una ‘lucida follia’, descritta in ‘Atto di forza’, che è resa ancora oggi possibile dall’idea, purtroppo molto diffusa, che la propria moglie o compagna sia semplicemente una cosa di cui l’uomo è proprietario, da punire quando si ribella e a maggior ragione quando si allontana. Le istituzioni italiane si sono accorte abbastanza tardi di questo problema, dopo anni nei quali vi sono stati oltre 100 omicidi di donne per mano di uomini. Gli stati hanno la responsabilità di punire la violenza contro le donne ma soprattutto di prevenire gli ‘atti di forza’. Il brano vincitore del Premio Amnesty International Italia 2014, frutto della vena poetica e dell’impegno civile di Max Gazzé, sarà un prezioso alleato nella nostra campagna per porre fine alla violenza contro le donne”.
In seguito la giuria specializzata che ha effettuato la scelta tra le proposte di Baglioni, Bubola, Cinti, Cristicchi, Ligabue, Radiodervish, Gualazzi, Zero, Stormy Six e Moni Ovadia, che ringraziamo sentitamente per le stimolanti riflessioni e le forti emozioni concentrate nelle canzoni.
Giò Alajmo (Il Gazzettino), Luca Barbieri (Corriere del Veneto), Alessandro Besselva Averame (Rumore), Francesca Cheyenne (RTL 102.5), Paolo De Stefani (Centro diritti umani dell’Università degli Studi di Padova), Enrico Deregibus (giornalista freelance), Gianmaurizio Foderaro (Radio 1), Fabrizio Galassi (Istituto Europeo di Design, Premio Italiano Videoclip Indipendente), Giorgio Galleano (Rai 3), Federico Guglielmi (AudioReview, Blow Up, fanpage.it), Michele Lionello (Voci per la Libertà), Enrico Maria Magli (Radio 1, Deejay TV), Carlo Mandelli (Ansa, Il Giorno, Leggo), Antonio Marchesi (Amnesty International), Riccardo Noury (Amnesty International Italia), Valeria Rusconi (Repubblica, Espresso), Alessandra Sacchetta (RaiNews), Giordano Sangiorgi (Meeting degli Indipendenti), Renzo Stefanel (Rockit) e Savino Zaba (Rai 1, Radio 2).
Nelle scorse edizioni il premio era stato assegnato a “Il mio nemico” di Daniele Silvestri, “Pane e coraggio” di Ivano Fossati, “Ebano” dei Modena City Ramblers, “Rwanda” di Paola Turci, “Occhiali rotti” di Samuele Bersani, “Canenero” dei Subsonica, “Lettere di soldati” di Vinicio Capossela, “Mio zio” di Carmen Consoli, “Genova brucia” di Simone Cristicchi, “Non è un film” di Fiorella Mannoia e Frankie HI-NRG, “Gerardo Nuvola ‘e povere” di Enzo Avitabile e Francesco Guccini.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 5 maggio 2014

VOCI PER LA LIBERTA’ – UNA CANZONE PER AMNESTY

www.vociperlaliberta.itwww.amnesty.it

PRODUZIONE, UFFICIO STAMPA E PROMOZIONE:

Elisa Orlandotti Mobile: +39.349.5520417 – E.mail: vxl@amnesty.it

DIREZIONE ARTISTICA:

Michele Lionello Mobile: +39.339.6322874 – E.mail: mic.lio@libero.it

UFFICIO STAMPA AMNESTY INTERNATIONAL:

Paola Nigrelli Mobile: +39.348.6974361 – E.mail: press@amnesty.it

 

 

Roma, 30 aprile 2014

ALDROVANDI: DICHIARAZIONE DI ANTONIO MARCHESI, PRESIDENTE DI AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA

Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, ha espresso il forte disappunto e la ferma condanna dell’organizzazione per l’inaccettabile episodio nel quale agenti di polizia riconosciuti colpevoli dell’uccisione di Federico Aldrovandi sono stati applauditi dai loro colleghi.

“La cultura dell’impunita’, che facilita il ripetersi di gravi violazioni dei diritti umani, deve essere respinta, e non solo a parole, dalle istituzioni statali” – ha dichiarato Marchesi. “La migliore risposta concreta a questo vergognoso episodio sarebbe costituita da un impegno ad approvare in tempi rapidissimi l’introduzione del reato di tortura – tortura che esiste purtroppo nella realta’ ma e’ passata sotto silenzio nelle nostre leggi”.

Antonio Marchesi ha espresso questa mattina la solidarieta’ e la vicinanza di Amnesty International e di tutti i suoi attivisti a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 30 aprile 2014

Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

 

Roma, 30 aprile 2014

RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SUL PAKISTAN: GIORNALISTI SOTTO ASSEDIO TRA MINACCE, ATTI DI VIOLENZA E OMICIDI

Secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, dal titolo “C’è una pallottola per te“, i giornalisti del Pakistan vivono sotto la costante minaccia di omicidi, intimidazioni e atti di violenza da parte di servizi segreti, partiti politici e gruppi armati come i talebani. Le autorità non fanno praticamente nulla per fermare le violazioni dei diritti umani contro gli operatori dell’informazione e per portare i responsabili di fronte alla giustizia.
Dal ritorno a un sistema democratico, nel 2008, Amnesty International ha registrato 34 casi di giornalisti assassinati a causa del loro lavoro; solo in un caso gli autori sono stati identificati e sottoposti a processi.
Ma questo è solo il dato più brutale. Nello stesso periodo, molti altri giornalisti sono stati minacciati, intimiditi, sequestrati, torturati o sono scampati a tentativi di omicidio.
“La comunità dei giornalisti del Pakistan è a tutti gli effetti sotto assedio. Soprattutto coloro che si occupano di sicurezza o di diritti umani vengono presi di mira da tutte le parti, nel tentativo di ridurli al silenzio” – ha dichiarato David Griffiths, vicedirettore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International.
“Le costanti minacce li pongono in una situazione impossibile, in cui ogni storia che raccontano li espone alla violenza da una parte o dall’altra”.
Il rapporto odierno di Amnesty International si basa su un’ampia ricerca sul campo su oltre 70 casi e su interviste con più di 100 operatori dell’informazione.
Numerosi giornalisti intervistati da Amnesty International hanno segnalato intimidazioni o attacchi da parte di soggetti ritenuti legati alla temuta direzione dei servizi segreti militari (Isi). Alcuni di essi hanno accettato di raccontare la loro storia sotto falso nome, mentre altre storie sono state omesse dal rapporto nel timore che neanche uno pseudonimo li avrebbe tenuti al riparo da minacce alla loro vita.
L’Isi è stata implicata in numerosi rapimenti, torture e uccisioni di giornalisti, ma nessun agente in servizio è stato mai chiamato a risponderne. Ciò ha consentito ai servizi segreti di agire al di là della legge. Le violazioni dei diritti umani ad opera dell’Isi seguono un modello ricorrente, che inizia con telefonate minatorie e prosegue con sequestri, torture e altri maltrattamenti e, in alcuni casi, l’uccisione dell’ostaggio.
I giornalisti subiscono attacchi anche da parte di attori non statali. L’agguerrita competizione per trovare spazio sugli organi d’informazione comporta che potenti esponenti politici esercitino forti pressioni per avere una copertura stampa favorevole. A Karachi, i sostenitori del Movimento muttahida qaumi e del gruppo religioso Ahle Sunnat Wal Jamaat sono accusati di atti d’intimidazione e anche omicidi nei confronti di giornalisti. Nelle zone di conflitto del nordest del Pakistan come nella regione del Balucistan, i talebani, il gruppo armato lashkar-e-jhangvi e i gruppi armati baluci minacciano apertamente di morte i giornalisti e li attaccano quando denunciano i loro abusi o non promuovono la loro ideologia. Anche nel Punjab, i giornalisti vanno incontro a minacce da parte dei talebani e dei gruppi collegati a lashkar e-jhangvi.
Nonostante questa ondata di violenza e attacchi, le autorità pakistane hanno ampiamente mancato di assicurare alla giustizia i responsabili. Nella stragrande maggioranza dei casi su cui Amnesty International ha svolto ricerche, raramente le autorità hanno svolto indagini adeguate sulle minacce e gli attacchi o portato i responsabili in un’aula di tribunale.
Solo in una manciata di casi di alto profilo e quando l’oltraggio dell’opinione pubblica non ha reso possibile agire diversamente, le autorità hanno svolto indagini più approfondite.
“Il governo ha promesso di migliorare questa terribile situazione, anche attraverso l’istituzione di un procuratore incaricato delle indagini sugli attacchi contro i giornalisti, ma di concreto è stato fatto poco” – ha commentato Griffiths.
Una misura determinante sarebbe quella d’indagare sulle agenzie militari e d’intelligence assicurando così i procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili. Coloro che prendono di mira i giornalisti saprebbero in questo modo di non poter più agire impunemente” – ha aggiunto Griffiths.
I proprietari dei mezzi d’informazione a loro volta dovrebbero assicurare formazione adeguata, sostegno e assistenza ai giornalisti, per meglio valutare e affrontare i rischi collegati al loro lavoro.
“Senza questi provvedimenti urgenti, gli operatori dell’informazione del Pakistan rischiano di essere ridotti al silenzio. Questo clima di paura ha già avuto un effetto raggelante sulla libertà d’espressione e sul più ampio tentativo di denunciare le violazioni dei diritti umani nel paese” – ha concluso Griffiths.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 30 aprile 2014

Per interviste:

Amnesty International Italia – Ufficio Stampa

Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it